mercoledì 12 novembre 2014

Che cos'è il PIL?

Giorni fa, mentre ero a cena, con i miei genitori, all'ennesimo servizio sulla recessione italiana e sulla non crescita del P.I.L italiano, mia mamma mi chiede cosa significasse e cosa indica tale termine.
Sfrutto l'opportunità per scrivere un post su questo blog, purtroppo trascurato per via dei miei impegni, con la promessa di riprendere a scrivere e dedicarci più tempo, sperando di esser chiaro, utilizzando termini che siano comprensibili anche a chi non ha dimestichezza con l'ambito economico, sperando inoltre di non sparare eresie.
L'acronimo del P.I.L. sta per prodotto interno lordo, le variazioni del P.I.L vengono utilizzate soprattutto in ambito macroeconomico per valutare se effettivamente un Paese si trova in fase espansiva o in fase recessiva, ma su questo ci torneremo in seguito.
In particolare il P.I.L. è il valore totale dei beni e servizi finali (tutti i beni ad eccezione di quelli intermedi) prodotti in un Paese. Nel calcolo del P.I.L vengono quindi esclusi quei beni che sono utilizzati per produrre i beni finali e di conseguenza, beni che sono incorporati nel valore stesso dei beni finali (per esempio, un bene intermedio che concorre alla realizzazione di un bene finale, può essere la farina, che viene utilizzata per produrre il pane).
Consideriamo la seguente espressione:
dove le Q e le P rappresentano rispettivamente le quantità e i prezzi degli n beni finali prodotti dal sistema economico in un determinato periodo di tempo  (per esempio, in un anno), mentre Z0 indica il valore finale del prodotto aggregato, nel nostro caso il PIL.
Ma perché è così importante valutare se un Paese ha un P.I.L che aumenta o diminuisce?
La variazione del P.I.L. di un Paese viene spesso associata ad un miglioramento/peggioramento del benessere collettivo della popolazione. Viene quindi valutato se la variabile Z sia aumentata, diminuita o rimasta costante, ma quello che più conta è se l'eventuale variazione del PIL sia dovuta al movimento delle quantità dei beni o al movimento dei prezzi.
C'è infatti una differenza sostanziale tra le due cose: l'aumento delle quantità prodotte comporterà infatti, un maggior benessere per la popolazione del paese, mentre un aumento dei prezzi, produrrà soltanto un gonfiamento puramente nominale (inflazione) del prodotto aggregato, senza alcun effetto sul benessere.
Normalmente quindi, per gli economisti e i politici, un aumento del PIL equivale ad un miglioramento del tenore di vita della popolazione, tuttavia la misura del PIL non fornisce una misura precisa né della produzione né del benessere, Questo perchè ci sono principalmente diversi errori di contabilizzazione nel calcolo del PIL, che non permettono di rilevare una misura precisa dello stesso:

  1.  In primis, alcuni beni e servizi, vengono esclusi dal calcolo del PIL, per esempio, se io producessi del pane in casa, tale bene non verrebbe incluso nel calcolo del PIL, mentre se io acquistassi il pane da un panettiere, lo scambio verrebbe incluso nel calcolo del PIL. Allo stesso modo possiamo immaginare le pulizie domestiche, se le svolgo io queste non vengono incluse nel calcolo del PIL, mentre se dovessi chiamare una domestica, il lavoro retribuito della domestica verrebbe incluso nei calcoli del PIL.
  2. Alcune attività, che non servono a produrre beni e servizi ma soltanto a limitare alcuni mali, come, ad esempio, le spese sostenuto dello Stato per la Polizia, vengono incluse nel calcolo del PIL, ma allo stesso tempo l'inquinamento che è un fenomeno che va ad influire in maniera negativa sul benessere della popolazione, non produce un effetto negativo sul totale del PIL.
E' importante dunque per valutare se c'è un miglioramento del benessere della popolazione, frutto di un aumento di produzione di beni e servizi finali prodotti all'interno di un Paese, piuttosto che un gonfiamento puramente nominale del valore di beni e servizi legato invece ad un aumento dei prezzi, fare una distinzione tra PIL nominale e PIL reale, che permette dunque di valutare se c'è stato appunto un miglioramento del benessere per i cittadini. In particolare il PIL nominale indica il valore della produzione di un determinato anno ai prezzi di quell'anno, cioè a valore corrente.
Ad esempio il PIL nominale del 2013 indica il valore dei beni e servizi prodotti nell'anno 2013 ai prezzi di mercato dell'anno 2013, mentre il PIL nominale del 2001 indica il valore dei beni e servizi prodotti nell'anno 2001 ai prezzi di mercato del 2001, e così via. 
Il PIL nominale varia ogni anno, e questo è legato al fatto che ogni anno variano sia le quantità di beni e servizi prodotti, che i prezzi di mercato. Il PIL nominale prende in considerazione dunque i prezzi dell'anno di riferimento per cui viene svolta l'analisi, dunque le variazioni del PIL nominale derivanti da variazioni dei prezzi non ci dicono nulla riguardo ai risultati conseguiti dal sistema economico nella produzione di beni e servizi. Supponiamo per esempio che tra un anno e il successivo i prezzi di tutti i beni e servizi raddoppino, ma le quantità rimangono le stesse: il PIL nominale risulterebbe raddoppiato, ma sarebbe sbagliato dire che quel sistema economico ha visto raddoppiare il benessere materiale della sua popolazione. E' per questo motivo che per confrontare la produzione in anni diversi viene preso in considerazione il PIL reale, che indica il valore assunto nel corso del tempo dalla produzione di beni e servizi finali, valutati in anni diversi agli stessi prezzi, cioè a valore costante. In questo senso dunque, per valutare se c'è un miglioramento delle quantità piuttosto che dei prezzi, il PIL di un determinato periodo di tempo viene calcolato moltiplicando le quantità di beni e servizi prodotti in quel determinato periodo di tempo non con i prezzi di tale periodo, ma con prezzi di periodi precedenti, annullando in un certo senso dunque l'effetto che ha l'inflazione sul calcolo dello stesso, così facendo, si ottiene una misura più precisa sul benessere della popolazione.

La crescita del PIL dunque viene associata a cicli economici espansivi, contrariamente la diminuzione del PIL viene associata a fasi recessive, che generano disoccupazione in quanto la produzione è minore rispetto a quella potenziale poiché vengono impiegati meno fattori produttivi rispetto al totale disponibile e in questo senso c'è meno lavoro per la forza lavoro a disposizione, e si sa la disoccupazione genera costi economici e disagi sociali per i disoccupati, ecco spiegato la tanta preoccupazione per la recessione (e quindi il diminuire del PIL) che ormai affligge il nostro Paese e altri Paesi europei

Riferimento bibliografico
Dornbush, Fischer, Startz, Canullo, Pettennati. Macroeconomia 11° edizione